L’addetta alle pulizie di Casa Serena racconta il suo dramma: “Positiva al coronavirus, ho paura”

L'addetta alle pulizie di Casa Serena racconta il suo dramma: "Positiva al coronavirus, ho paura"

Il racconto dell’addetta alle pulizie

“Non ho gravi disturbi respiratori, ma dolori articolari, spossatezza, fiato corto, un mal di testa feroce. È indescrivibile ciò che provo, da sabato o domenica scorsa sto così”.

A parlare è una delle addette alle pulizie della struttura per anziani Casa Serena, risultata positiva al coronavirus. La donna ricostruisce l’accaduto: “Giovedì della scorsa settimana ho fatto il tampone, l’esito è arrivato solo sabato sera. Se ci penso mi viene da piangere, ero convinta di essere negativa“.

È un fiume in piena mentre racconta ciò che ha vissuto negli ultimi giorni. Quasi fosse la sceneggiatura di un film descrive fotogramma per fotogramma i momenti vissuti. “Mi avevano chiamata per fare una sostituzione nella casa di riposo, alcune mie colleghe erano assenti perché stavano già male. Il 18 marzo come spesso succedeva, ho salutato mio marito e mio figlio, per recarmi a lavoro. Erano le 7 del mattino, ignara di tutto suono al cancello. Generalmente avrei visto gli anziani fuori dalle loro stanze, pronti a fare colazione. Non quel giorno. Ricordo un silenzio assordante. Gli OSS invitavano gli ospiti della struttura a stare nelle loro stanze”.

Poi prosegue con un filo di voce: “Abbiamo sentito che si era in attesa dell’esito di un tampone. In quel momento ho appreso del covid. Nonostante tutto abbiamo continuato a lavorare, entrare ed uscire dalla struttura indisturbati”.

Infine ci tiene a ribadire alcune cose: “La situazione è stata gestita a mio avviso male, il contagio è stato veloce. Dalla mia casa in cui mi trovo in completo isolamento ringrazio la mia azienda la PFE, che è sempre stata un’azienda seria. I miei responsabili mi chiamano tutti i giorni. Da anni gestiscono il servizio per conto del Comune di Sassari. Nessuno di noi ha mai voluto abbandonare senza motivo il posto di lavoro, che abbiamo sempre svolto con senso del dovere. Non potevamo più stare lì perché era venuta meno la sicurezza sul luogo di lavoro. Ho ancora i segni della mascherina sul volto. C’è gente che ha rischiato la vita lì dentro. Io ho un figlio diabetico. Muoio pensando che lo avrei potuto contagiare”.